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Associazione Ceva nella Storia - Vescovi dal 1600 al 1800 (XVII e XVIII secolo)

Vescovi dal 1600 al 1800 (XVII e XVIII secolo)     Torna all'indice


Salvatore Cadana

Padre Salvatore Cadana nacque a Ceva nel 1597 ed entrò nell’ordine dei Minori Osservanti di San Francesco. Fu un eccellente teologo, fecondo predicatore, autore di numerose opere religiose e politiche. Nel 1636, pubblicò a Mondovì un quaresimale (Sermones quadragesimales) che fu proibito dalla sacra Congregazione dell’indice con decreto 10 giugno 1669. La duchessa di Savoia, Cristina di Francia, lo volle come teologo di corte e consigliere del duca Carlo Emanuele II. Nel 1638, prese la cittadinanza torinese ed andò a vivere presso il convento di San Tommaso di Torino entrando come guardiano, ma fece carriera e divenne l’ottavo ministro provinciale dei Minori Osservanti in Torino. Nelle sue prediche soleva citare il Padre Anadac, cioè se stesso invertendo l’ordine delle lettere del suo cognome. Acquistò fama per tutta Italia di gran predicatore. Oltre il “Quaresimale” furono pure portati all’indice i suoi “Dubbi scritturali” con decreto 8 marzo 1662. Pubblicò: Sermones de Sanctis (1641), Sermones pro Adventu (1641), Regnum hominum et Angelorum pro reprobatione et praedestinatione (1643), il Santuario Comune (1642), il Mariale (1639), ossia Sermoni in lode di M. V. Modus recipiendi legata perpetua in toto ordine Seraphico dedicato al Padre Paolo Brizio, prima che fosse vescovo d’Alba, Octava Sacramentalis (1645), l’Avvento, il Segretario, Eridani legatio, il Formolario delle obbedienze, una collezione di bolle pontificie e di decreti della S. Congregazione, il Principe regnante (1649) dedicato a Carlo Emanuele II, il Principe avvisato (1652). Nel 1653, andò in Portogallo per trattare un’alleanza contro la Spagna attraverso il matrimonio di Carlo Emanuele II con l’infanta Caterina. Il viaggio difficoltoso provò padre Cadana che morì a Chambery nel 1654 proprio quando gli era appena stato assegnato un vescovado.

Anastasio Germonio Ceva vescovo di Tarantasia

Anastasio Germone (cognome che cambiò successivamente in Germonio), nacque il 27 febbraio del 1551 in località Bricco di Sale San Giovanni, figlio del notaio Giovanni Battista Germone e Caterina Ceva dei marchesi di Ceva e consignori di Sale. Nel 1572, dietro insistenze della madre, il vescovo di Alba Leonardo Marino gli diede l’incarico di amministrare la parrocchia di sale San Giovanni per mezzo di un vicecurato, dato che tale incarico lo ebbe senza aver preso i voti e senza prenderne mai possesso. Continuò comunque i suoi studi di giurisprudenza a Torino laureandosi nel 1579. Nel 1580, occupò la prima cattedra di diritto canonico dell'Università di Torino, per volere del duca di Savoia Emanuele Filiberto. Nel 1581, gli fu conferita l’amministrazione dell’Abbazia di San Benigno, che godeva del privilegio della zecca e il Germonio fece coniare delle monete d’oro e d’argento con la sua effige. Come vicario diede patenti, in data 21 luglio, di Segretario della Zecca dell’Abbazia al notaio Giovanni Battista Fiorio. Prese i voti e nel 1584 fu nominato arcidiacono della diocesi di Torino. Gli fu conferito il titolo di protonotario apostolico e scrisse i Paratitla in Ius Pontificium che lo resero celebre come giurista. Nel 1586, lasciò l'università e l’attività didattica per accompagnare a Roma l'arcivescovo di Torino, Girolamo Della Rovere, nominato cardinale. Fu incaricato di redigere e commentare i Decretalia di Clemente VIII. Nel 1594 fu scelto quale ambasciatore presso la Santa Sede dal duca di Urbino e nel 1595 fu nominato vicario della basilica di Santa Maria Maggiore. Nel 1607, si occupò di far nominare il cardinale Maurizio, figlio del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il duca, quindi, richiese al papa Paolo V il Germonio come arcivescovo di Tarantasia in Savoia e lo inviò per alcuni anni in ambasciata presso Filippo III in Spagna per un progetto di romanizzazione delle diocesi d'Oltralpe, attraverso l'invio di illustri prelati piemontesi che contribuissero a creare una mentalità tridentina di contenimento dello spirito gallicano. Il 7 ottobre 1608, Germonio si recò nella città di Moûtiers e avvertì lo stato di trascuratezza della diocesi e si prodigò per la convocazione di un sinodo diocesano, che promuoveva la promulgazione di statuti sinodali ancora raccomandati come esemplari nel De synodo diocesana di Benedetto XIV. Nel 1609, nel corso di una visita pastorale, conobbe Francesco di Sales con cui disquisì sui problemi teologici dottrinali. Nel 1614, richiamato a Torino, cercò di dissuadere il duca Savoia dal conflitto con Filippo III. Nel 1615 era a Nizza e poi nella capitale sabauda, dove rimase come consigliere segreto fino alla sospensione delle ostilità nel giugno successivo. Tornò alla sua diocesi fino al 1618, poi fu nuovamente inviato a Madrid come ambasciatore, ove si spense il 4 agosto 1627 e fu sepolto nel convento di San Geronimo all'Escorial.
Tra le sue opere si sottolineano le seguenti: Anastasii Germonii Sallarum Archipresbiteri, Marchionatus Cevae de Academia Taurinensi carmen ac carmina diversi generis (Taurini 1573 apud Franciscum Dulcem), alla fine di quest’opera si leggono le seguenti parole, da cui si vede che prese parte anche il fratello Rodomonte: Ambo fratres una Rodomons Germonus Sallensis fere XXIII annos natus, et Anastasius XX hoc in lucem edidere opus VI cal. Apr. MDLXXIII; Pomeridianae Sessiones, nelle quali difende la lingua latina contro coloro che vogliono assai più nobile la toscana (Taurini 1580, apud Jo. Varronem); De sacrorum immunitatibus et indultis apostolicis (Romae 1591); De indultis apostolicis Cardinalibus concessis (Romae 1523); Assertio libertatis pro Ecclesia Romana contra Venetos (Roma 1607); Acta Ecclesiae Tarantasiensis (Roma 1607); De rebus suis, seu de ipsius vita (manoscritto negli Archivii generali del Regno).
Nella chiesa di San Giovanni Battista di Sale, si legge su lapide marmorea la seguente inscrizione: «D. O. M. Jo. Baptistae Germonio Cevae, Salarum, Prierii, et Castrinovi ex parte domino, viro probitate, fide et pietate insigni, qui cum per annos circiter centumduo, summa et animi et corporis felicitate vixisset, tum pridie idibus ianuarii MDCIX magna sui laude et gloria migravit a vita. Catherina ex Cevae Marchionibus eiusdem aetatis uxor, Anastasius Archiepiscopus Comesque Tarantasiae, et Alexander filii, Hieronimus, Joannes Baptista, et Anastasius ex Rodomonte maioris natu filio, viro etiam omni virtutum genere ornatissimo, nepotes posuere.» Nel muro di cinta del cimitero: «Sub tuum praesidium ex proventu legati Ill.i et Rev.mi D. Archiepiscopi Tarantasis Salarum Germonii ab Ill.ma Christina confirmati anno Domini MDCCXXXX».
I Germonio avevano per arma uno scudo d’argento ed un albero di pioppo verde: per cimiero due rami uno di pioppo e l’altro d’olivo; il motto è: cito germinat.

Giuseppe Ceva vescovo di Ivrea

Giuseppe, figlio di Filiberto dei marchesi di Ceva e consignori di Garessio, fu eletto e preconizzato il 12 maggio 1614 vescovo della diocesi di Ivrea. Tenne due sinodi, nel 1618 e nel 1622, stampati unitamente a vari editti, Taurini apud Ubertinum Merulam typographum archiepiscopalem. Egli provvide al recupero dell’archivio vescovile bruciato, abbellì il palazzo episcopale e nella sala del medesimo fece dipingere le immagini dei suoi predecessori. Morì il 21 ottobre nel 1633. Fu sepolto nella cattedrale, dove vi è il suo busto in marmo, con la seguente epigrafe: «D.O.M. / Josepho ex Marchionibus Cevae / Civi Cuneensi / In ea provin. olim priori S. Benigni / Caroli Em. I. et Vict. Amed. Sab. Ducum magno elemosinario / Ab anno MDCXIV. ad MDCXXXIII, Episcopo / Et comite / Genere moribus gestis clariss / Lud. Ant. Vitalis Cevae pronepos / Ex march. Cevae et ex comit. Genoliae / Ut ne minus tanto Praesuli extra patriam deferret / Quam in avito Sacello Philiberto patri et Andreae fratri / Cunei adjectaeque Provinciae Gubernatoribus / Hoc paris observantiae suae monum / ponebat».

Francesco Adriano Ceva cardinale

Nel teatro Pedemontano si legge che, nel 1538, era governatore di Ormea il marchese Garzillasco Ceva consignore di Monasterolo. Questi fu alleato di Francesco I, re di Francia, nella guerra contro gli imperiali. Fortificò Ormea a proprie spese; quantunque Francesco Adriano si dica figlio di Garzillasco, non si può supporre che sia figlio di questo, perché vissero in epoche tra loro lontane. Quindi è da credere che il cardinale creato nel 1643, possa essere figlio di un altro Garzillasco, discendente di quello che comandava in Ormea nel 1538.
Francesco Adriano Ceva nacque nel 1585 a Mondovì e sua madre era Antonina Vegnaben della famiglia dei signori di Clavesana, marchesi di Ceva e signori di Monasterolo. Nel 1619, abitando ad Ormea fu investito del beneficio semplice di santa Caterina eretto dalla famiglia Damiano nella chiesa parrocchiale di quel luogo ed ebbe una pensione sull’arcipretura di Bene.
Dopo aver conseguito il dottorato in legge a Mondovì intraprese la carriera ecclesiastica e si trasferì a Roma dove divenne segretario del cardinale Matteo Barberini, arcivescovo di Nazareth. Quando questi fu incaricato della nunziatura di Francia, dove ricevette poi la nomina cardinalizia, Francesco Adriano Ceva lo seguì in quella corte e vi rimase sempre espletando le funzioni di segretario, dalla fine del 1604 sino al suo ritorno a Roma, nel settembre del 1607.
Continuò a servirlo nelle successive cariche ricoperte da questo durante i pontificati di Paolo V e di Gregorio XV, ottenendo un incarico nell’ufficio del prefetto della segnatura di giustizia, fu conclavista del Barberini nel conclave del 1621, per la morte di Paolo V e in seguito per quella di Gregorio XV. Il Barberini, grazie al suo fidato collaboratore condusse trattative segrete che lo portarono ad essere eletto pontefice con il nome di Urbano VIII e per questo non dimenticò di premiare la fedeltà di Francesco Adriano Ceva nominandolo segretario dei memoriali, maestro di camera e attribuendogli un canonicato nella basilica lateranense. Nel mondo politico lo si riteneva il più assiduo collaboratore del papa e nel marzo del 1632, ottenne un importante incarico diplomatico. In seguito alla guerra di Germania il papa auspicava un accordo tra le maggiori potenze cattoliche che consentisse la formazione di una lega contro gli eretici e gli Svedesi. Ceva fu nunzio straordinario presso il re Luigi XIII di Francia, ben disposto alla pace e a lasciare al pontefice il compito di concordare un accordo con gli Imperiali e gli Spagnoli, in cambio del riconoscimento dell'occupazione di Pinerolo, fatta in violazione degli accordi di Cherasco. In realtà l’operazione diplomatica fu più complicata del previsto e non dette il risultato sperato date le posizioni intransigenti del cardinale Richelieu e nell’agosto del 1634 ritornò in Italia. Per i suoi servigi, nonostante il parziale insuccesso ottenuto, il 20 ottobre del 1634, fu proposto alla sede patriarcale di Antiochia, che ricusò. Il papa allora gli assegnò la carica di segretario di Stato. Nel 1636 fu investito del feudo d’Ormea. Il 13 luglio 1643 fu innalzato alla porpora col titolo di Santa Prisca e quindi fu chiamato a far parte della Congregazione dell'Inquisizione, il più importante organismo collettivo di governo della Santa Sede, del quale facevano parte i principali cardinali.
Alla morte di Urbano VIII, partecipò al conclave che elesse Innocenzo X, che nelle sue indagini sugli illeciti profitti del pontificato barberino non coinvolse il cardinale Ceva e la sua fortuna che pare ammontasse a circa 300.000 ducati. Nel 1655 partecipò al conclave che elesse papa Alessandro VII, ma morì il 12 ottobre dello stesso anno e fu sepolto in San Giovanni in Laterano, nella cappella del Battistero dove sono collocate due statue e le seguenti iscrizioni:
I
Francisco Adriano e Caesarea Cevae Marchionum progenie, quem Roma primo Urb. VIII, pont. max. intimum cubicularium a supplicibus libellis, et cubiculi deinde praefectum, Lutetiae postmodum ad Ludov. XIII Galliarum regem pacis christianos inter principes restaurandae nuntium extraordinarium laetanter excepit prael. insuper domest. ac status apud eundem pont. et principum a secretis, demum S. R. E. cardinalem Cevam, summo omnium plausu renunciatum Roma eadem suspexit. Huius sacrosanctae Lateran. Basilicae olim canonico et multis de eadem nominibus oplime merito capitulum, et canon. adhuc viventi aeternum amoris gratique animi monumentum PP. anno Jubilaei MDCL.
II
D.O.M. Hadriano Cevae S. R. E. princ. card. e Caesarea Alderamni Montisferr. march. prosapia oriundo, quod peringentes et diuturnos labores, egregia suorum imitatus exempla maiorum Thetii, Bonifacii, Anselmi, Nani, Gargilasci, in aula tum Romana tum gallica summ. princip. Urbani VIII. pont. max. et cristianissimi galliarum regis Ludov. XIII, in administrato rei ecclesiasticae munere gratiam et laudem sibi comparavit sacraque purpura cum omnium plausu decoratus posteritati suae illustri cum fama praefulserit uberumque exemplorum materiae ipsi reliquerit ad quorum imitationem similia pontificiae beneficentiae ornamenta sibi promereatur. Aeternae memoriae dignissimo patruo totius Cevae familiae nomine Franc. Hadrianus utriusque signaturae referendarius gratissimus nepos et haeres in perpetui argumentum amoris, monumentum hoc ex testamento ponendum praescripsit.
Monsignor Paolo Brizio nel sinodo del 1658, fa per due volte ragguardevole menzione di questo cardinale, la prima nell’articolo intitolato congregatio Cevae dove dice: «Haec (civitas): Marchionum faecundissima parens, pietate in Deum, fide in principem, commendabilis, cognominem habet Franciscum Adrianum Vaticani firmamenti sidus, eundem aliquando ut solem veneratura»; la seconda parlando della congregazione di Ormea: «Ex hoc Ulmeto firmissima Ulmus prodiit Tiriis Vaticani cedris adscripta Franciscus Adrianus, dignus cui vitis in molis Adrianae solo consita aliquando maritetu».
Un’altra iscrizione della cappella:
D. O. M. Franciscus Hadrianus ex marchionibus Cevae utriusque signaturae SS. D. Papae Referendarius et Contradictarum auditor etc. Cum et vetustissimae suae familiae illibato candori perpetuum duraturo consuleret totum ingentem assem haereditarium in masculum e familia Marchionum Cevae ex Pedemontio a Celsitudine Caroli Emanuelis II. Ducis Sabaudiae nominandum ex testamento trasferendum reliquerit suae pietatis erga Deiparam Virginem et grati sui animi Eminentissimum Patruum ostensurus monumentum octoginta scuta pro sacro quotidiano aliaque viginti annuatim excipienda e multiplico secundae geniturae pro maiorum defunctorum anniversario perpetuo et in huius ornatum Sacelli Sanctae Virgini in fonte dicati quatuor millia scuta semel danda legavit. Comes Octavius ex iisdem Marchionibus Cevae Nucetti et Battifolli anno MDCLXXII a praedicto Carolo Em. Pedemontii Principe invictissimo in concursu omnium de eadem sua familia ad munus haereditatis capessendum nominatus ut mentem piissimi testatoris impleret: huius vestigia sequtus Hortentius Monasterioli Marchio Sacri Ordinis mililaris Ss. Mauritii et Lazzari magnae crucis Eques et in urbe receptor ac Visitator Germanus frater et haeres immatura morte praeventus. Prudentia Butii Marchionissa Cevae Aledramni Cajetani et Francisci Adriani filiorum tutrix opus inchoalum absolvit anno Domini MDCLXXXIX.

Carlo Francesco Ceva vescovo di Tortona

Carlo Francesco apparteneva alla casata dei marchesi di Ceva e consignori di Garessio. Di questo illustre prelato si possono rinvenire importanti notizie negli atti della chiesa tortonese, che furono rese note al cevese Giovanni Gatti, segretario della tipografia Rossi di Tortona, nel 1857, dall’avvocato Carnevale, presidente onorario del tribunale di quella città:
«Il vescovo Carlo Francesco Ceva, nacque nel 1635 ed era d’ingegno acuto, di bella presenza e magnanimo. Vestì egli giovinetto l’abito chiericale, fece i suoi studi in Roma, ove con lode conseguì il serto dottorale nel dritto Civile e Canonico, e quindi in Teologia, che insegnò poi per alcuni anni nella romana Sapienza. Fu vicario generale di due arcivescovi milanesi, ed alla morte di monsignor Settala, occorsa in Roma nel 1682, Innocenzo XI, nell’anno susseguente lo destinava a succedergli nell’Episcopato di Tortona. Incominciò egli il suo Episcopato con molte riforme che diedero alto concetto del suo amore all’ordine. Pubblicò diverse pastorali contro gli scritti dello Spagnuolo Molines, che aveva concepito una dottrina di quietismo stata condannata dalla Chiesa. Abbiamo di questo Vescovo molti panegirici dati alla stampa in Roma ed in Milano. Impiegò una gran parte delle sue entrate nell’adornare il vetusto Episcopio, e l’antica cattedrale, come pure a far dipingere da valenti artisti le chiese di S. Maria di Fervesano, di S. Eusebio e di S. Epifania. Universalmente compianto veniva a morte il 29 luglio del 1700, a cui gli successe poi il Milanese Giulio Resta.»

Gioan Antonio Derossi vescovo di Nizza

Zio di Giuseppe Tommaso, il futuro vescovo di Alessandria e poi cardinale, Gioan Antonio Derossi era arcidiacono della cattedrale di Asti ed elemosiniere del duca Carlo Emanuele II. Colpito da immatura morte, non poté sedere sulla cattedra vescovile di Nizza a cui era stato promosso nel 1706.

Giuseppe Tommaso Derossi vescovo di Alessandria e cardinale

Nacque a Ceva il 25 maggio 1708. Suo padre era il cavaliere Carlo Derossi, sposato con Maria Lucchinetto ed aveva titoli di nobiltà sul marchesato di Ceva come si evince dal testo di una pergamena dell’archivio parrocchiale che si riporta di seguito: «VITTORIO AMEDEO II, per grazia di Dio Duca di Savoia, Principe di Piemonte,Signore del Marchesato di Ceva, Re di Cipro ecc. ecc.Ad ognuno sia manifesto siccome hoggi avanti di Noi è comparso e personalmente costituito il ben diletto Giovanni Antonio Ferrari ecc. in qualità di procuratore e al nome del vassallo nostro carissimo il cav. della Sacra Religione e Milizia de’ Ss. Maurizio e Lazzaro D. Carlo Derossi figliuolo del fu anco cav. dell’istessa religione cons. Referendario (vivendo) nella città e provincia nostra di Ceva D. Francesco Derossi,... il quale ci ha umilmente supplicati, che per la morte di detto Referendario D. Francesco Derossi d’investire l’istesso suo figliuolo D. Carlo in persona sua di punti due della giurisdizione del capitaneato di Ceva del quartiere di S. Michele con suo territorio, finaggio e pertinenze feudali, col mero e misto impero omnimoda giurisdizione, possanza del castello, dignità marchionale prima e seconda, cognizione di tutte le cause civili e criminali, huomaggio, fedeltà, acque, acquaggi, di corsi d’acqua, ripe, ripaggi, pescaggioni, censi, redditi, dritti, emolumenti, e con tutte le preminenze, prerogative, dipendenze, beni e ragioni feudali, spettanti alli detti due punti: insieme d’investirlo di stara due di levata di Molino e Battandero, e di emine tre di levata di Lezza, con stara due di pedaggio della medesima città, quali due punti ecc. Quest’investitura porta la data delli 19 gennaio 1700, e si pagarono per essa due scuti d’oro a L. 7,5.»
Giuseppe Tommaso Derossi fece gli studi di filosofia a Torino e volendo seguire la sua vocazione ecclesiastica, ancora laico, intraprese il corso di teologia. Il vicario generale Chenna lo portò come nuovo ed unico esempio di cavaliere, che, ancor con l’abito secolare e cinto di spada, seguisse studi per conseguire gli ordini sacri. Conseguita la laurea dottorale fu ordinato sacerdote e divenne vicario generale di monsignor Ignazio della Chiesa di Roddi, vescovo di Casale, per 10 anni. Fu molto apprezzato dal conte Riccardi Spirito, guardasigilli di Sua Maestà; dal conte Costanzo Celebrini, presidente del Senato di Torino; dal cardinale Alberto Guidoboni Cavalchini; dal monsignor Francesco Felice Amadei, uditore in Roma della Santa Rota; da padre Lorenzo Ganganelli, minor conventuale di san Francesco, che insegnò teologia a Milano e anche quando fu eletto papa col nome di Clemente XIV, continuò a chiamarlo il suo amico monsignor Derossi.
Grazie al cardinale Cavalchini gli fu offerto il vescovado di Novara che rifiutò, dovette però cedere alle istanze del re Carlo Emmanuele III ed accettare, il 18 luglio 1757, il vescovado d’Alessandria. Governò con somma prudenza e zelo infaticabile per circa 30 anni. Restaurò ed arricchì di sacri arredi la chiesa collegiale di San Perpetuo di Solero, le chiese parrocchiali di Lobbi, di Cassina grossa, della Valle delle grazie, della Spinetta, di Casal Cermelli, di Carentino e della Valle di San Bartolomeo, per le quali impiegò ingenti somme proprie. Eresse la nuova collegiata dedicata a Maria santissima ed impiegò 10.000 lire di suo, per la fabbrica e pittura di quella Chiesa. Ampliò il seminario, vi istituì l’opera pia degli esercizi spirituali per i quali stabilì un fondo di lire 4.400. Nel 1773, in seguito della soppressione dei Gesuiti ottenne, dal re Vittorio Amedeo III, che la copiosa libreria di cui erano in possesso ad Alessandria fosse unita a quella del seminario e fece dono di 5.000 lire per istituire un posto da bibliotecario, si creò così la Biblioteca del Seminario Vescovile di Alessandria tra il 1774 e il 1776. Derossi volle creare una biblioteca che potesse essere frequentata non solo dai seminaristi, ma anche dagli studiosi e letterati dell’epoca, quindi una struttura con carattere pubblico, molto rara, per quel periodo in Piemonte. Per mancanza di fondi era stata sospesa la costruzione del Collegio delle vergini di Sant’Orsola, ma monsignor Derossi la fece portare a compimento mediante lo sborso di 6.000 lire. Eresse prebende teologali nelle Collegiate di Santa Maria della Neve, Santa Maria della Corte ad Alessandria, di San Dalmazio a Quargnento e di San Perpetuo a Solero. Fece un sinodo ricco di saggie e prudenti leggi per il buon andamento della disciplina ecclesiastica. Questo illustre prelato cessò di vivere nel mese di maggio del 1786. Si dice che monsignor Derossi sia morto leggendo la lettera pontificia, in cui veniva nominato cardinale della Santa Chiesa. Nei suoi solenni funerali, Giuseppe Antonio Chenna, Primicerio della cattedrale e suo Vicario generale, lesse alla presenza di monsignor Pejretti Vescovo di Tortona, una dotta e commovente orazione funebre stampata nello stesso anno. Ulteriore venerazione per il prelato si desume da un brano della pastorale diramata alla sua Diocesi da monsignor Pasio: «Per non ripetere a tutti i nomi notissimi dei Mugiasca di Gattinara, e lasciati sotto silenzio i recenti che sono ancora innanzi agli occhi e nel cuore di tutti, io accennerò al solo Giuseppe Tommaso Derossi, il quale siccome nella lunga sua amministrazione di questa Diocesi niuna parte mai pretermise, che all’episcopale ministero appartenesse; così pure una ebdomadaria istruzione istituì ai poveri e mendici espressamente destinata. Essendo a lui in questa cattedra succeduti, noi abbiamo fissato in quel grande esemplare i nostri sguardi, e poiché egli di quattro oggetti siasi precipuamente adoperato, il seminario, la ristaurazione delle chiese, lo stabilimento delle vergini Orsoline, e l’istruzione dei poveri, a questi abbiamo noi pure le nostre cure rivolte ecc». Carlo Novellis nelle sue notizie storiche sulla civica biblioteca di Alessandria scrisse: «Monsignore Giuseppe Derossi vescovo di Alessandria, uomo superiore ad ogni encomio, fu il primo a cui, già tempo, nacque il pensiero d’instituire nella città che spiritualmente reggeva una pubblica biblioteca. Con tale scopo allorquando nel 1773 veniva abolito il Collegio di S. Ignazio ecc».
Merita particolare menzione il suo testamento, a testimoniare la bontà d’animo e il profondo senso religioso del Derossi, presentato sigillato al notaio Villavecchia il 6 luglio 1779 ed aperto il 21 maggio 1786: «Chi legge tuttodì le divine scritture incontra ad ogni tratto salutevoli avvisi della certezza della morte, cui ogni uomo per legge inviolabile dee soggiacere, e della fragilità della vita, sottoposta a tanti pericoli, per cui si rende incerta affatto l’ora, nella quale dovrà terminarsi la mortale carriera di ciascheduno. Tanto a me infrascritto addiviene al pari d’ogni altro; per lo che facendo io soventi sopra tali incontrastabili verità seria considerazione... e non essendo conveniente di differire agli estremi del viver mio le ultime disposizioni, mentre deve allora un uomo cristiano, e tanto più un ministro di Dio, essere sciolto da ogni pensiero di cose terrene per attendere di proposito a quelle dell’anima, ed a prepararsi al gran passaggio che si deve fare dal tempo all’eternità, perciò io sottoscritto Giuseppe Tommaso Derossi, figlio del fu signor cavaliere D. Carlo dei marchesi di Ceva, Vescovo di Alessandria sano la Dio mercé di mente ecc». I beni che possedeva in Ceva li legò all’Orfanotrofio di questa città; quelli di Alessandria vennero impiegati in tanti legati pii ed opere di beneficenza. Legò alla sacrestia della Cattedrale di Alessandria le argenterie e gli arredi sacri del Pontificale. All’Ospizio di carità di San Giuseppe della stessa città lire mille; altre lire mille all’Orfanotrofio di Santa Maria ed altre lire mille all’Ospedale degli infermi; la libreria al Seminario e chiese che la sua croce vescovile fosse appesa al collo della statua della Beata Vergine della Salve nella sua cattedrale. Legò alla Collegiata di Santa Maria della Neve 17.000 lire. Incaricò i suoi esecutori testamentari di liquidare la sua eredità e di convertire il residuo nell’erezione di un’opera destinata all’istruzione dei poveri, fissando in una chiesa di Alessandria un catechismo settimanale con l’elemosina di un soldo a tutti i poveri che avessero partecipato.
Monsignor Derossi usava per arma lo stemma dei marchesi di Ceva a cui apparteneva per via materna.
Gli furono dedicate diverse opere: il Chenna Del Vescovato, de’ Vescovi e delle Chiese della Città e Diocesi di Alessandria libri quattro (Alessandria, 1785); Michelangelo Morano La Divozione verso Gesù Cristo (Torino 1767); il Chenna, Orazione nei solenni funerali dell'ilI. e rev. mons. D. Giuseppe Tommaso De Rossi vesc. d'Alessandria, detta dal primicerio della Cattedrale nel giorno 23 maggio 1786 - alla presenza dell'Ecc. e Rev. Mons. D. Carlo Maurizio Pejretti vescovo di Tortona e principe d Cambiò ed al medesimo dal capitolo di essa Cattedrale umilmente dedicata (Alessandria, 1786); il canonico Gio. Domenico Sereno Oratio funebris in insigni collegiata abbatiali et parochiali Ecclesia Ss. Petri et Dalmatii Alexandriae die XXII maii MDCCLXXXVII; espleto anno ab obitu ill. et rev. D. D. Josephi Thomae De Rossi episcopi Alexandrini et eiusdem collegiatae abbatis (Alessandria, 1787).

Giovanni Ignazio Gautier vescovo di Iglesias

Giovanni Ignazio Gautier nacque il 10 marzo 1726 a Mondovì. Dotto teologo e canonico della cattedrale monregalese, venne ordinato vescovo di Iglesias in Sardegna il 4 ottobre 1772. Il suo episcopato fu breve perché morì ad ottobre del 1773. L’Olivero lo inserisce nell’elenco dei vescovi di Ceva ed anche il teologo Francesco Tonelli lo considera cevese in un suo scritto, ma per il momento non si è trovata la sua attinenza con la nostra città.

Giuseppe Francesco Antonio Bertieri vescovo di Como e di Pavia

Monsignor Bertieri Giuseppe Francesco Antonio nacque a Ceva il 9 novembre 1734 ed era figlio del medico Lodovico Bertieri e di Bianca Maria Bocca, sorella di Pietro Giuliano, avo di don Pio Bocca, ecclesiastico e benefattore cebano dell’Ottocento. Fu tenuto al sacro fonte battesimale dal signor Pietro Francesco Bocca e dalla marchesa Eleonora Ceva.
Sin da giovane, 1751, fu educato nel convento degli Agostiniani di Ceva, dove eccelse negli studi. Frequentò poi la scuola di filosofia a Firenze e di teologia a Pavia, dove venne ordinato sacerdote il 24 settembre 1757 e nominato lettore di teologia il 27 gennaio 1759. Insegnò poi nel locale ginnasio dell'Ordine e ne fu per qualche anno rettore. Secondo quanto sostenuto da monsignor Francesco Magani, storico e vescovo di Parma dal 1893 al 1907 e dallo stesso Olivero, il Bertieri insegnò anche teologia a Pisa e Parma, dove ebbe per collega il padre benedettino Barnaba Chiaramonti, il futuro pontefice Pio VII. In seguito si trasferì a Vienna laureandosi in teologia il 30 maggio 1768. Nel 1770 gli fu assegnata la cattedra di teologia dogmatica all’Università della capitale austriaca, succedendo al confratello padre Agostino Gervasio. L’Imperatrice Maria Teresa lo tenne molto in considerazione e suo figlio, Giuseppe II, lo nominò consigliere imperiale per merito delle sue doti diplomatiche che consentirono di impedire uno scisma in Boemia. Il suo insegnamento si ispirò, nel campo teologico, ai principi del più rigido agostinianesimo, mentre nel diritto ecclesiastico avvalorò tesi che sostenevano le riforme propugnate dalla politica ecclesiastica dell’imperatore asburgico, ma in modo moderato. Per queste idee venne scambiato per un fautore del "partito" giansenista. Il 14 dicembre 1789, su proposta dell'Imperatore Giuseppe II, gli fu conferita la reggenza della diocesi di Como e ne fu ordinato vescovo il 3 gennaio 1790. Inoltre fu abate commendatario dell'Abbazia di Piona. Il 26 marzo 1793, fu trasferito al vescovado di Pavia, coll’annesso titolo di Arcivescovo di Amasea (Turchia) in partibus. All’avvento di Napoleone in Italia,tre anni più tardi, dovette fare i conti con i giacobini pavesi insorti contro il vescovo e le autorità aristocratiche. Per rappresaglia il suo stemma in piazza Scaldasole venne privato del cappello vescovile. In questo periodo cercò di essere molto cauto, ma assunse una posizione fermamente contraria all'alienazione dei beni ecclesiastici.
Nel 1802 fece parte della consulta convocata a Lione dal primo console Napoleone Bonaparte, composta da 452 cisalpini, che doveva stabilire le basi della repubblica cisalpina. Quindi venne chiamato a far parte del Collegio elettorale dei dotti, ma non si presentò alla prima sessione, tenuta a Bologna il 16 maggio 1802. Le sue ultime energie le dedicò invece alle cure pastorali. Morì a 70 anni, il 15 luglio 1804 nel palazzo arcivescovile di Pavia e le sue ceneri furono poste nella cattedrale di Pavia.
Lasciò dei trattati di teologia molto pregevoli, fra i quali si distingue De Sacramentis in genere, baptismo et confirmatione ad usum suorum auditorum (Vienna, 1774). Il signor Vincenzo Malacarne di Saluzzo, professore d’istituzioni chirurgiche dell’Università di Padova stampò un opuscolo intitolato: Elogium Cebae, dove fece una concisa descrizione di Ceva e dei suoi uomini illustri e parlando di questo insigne prelato scrisse: «Josephus Ludovici F.Bertierius Cebanusord.ff. eremitanor. D.Augustiniiam Novocomensium episcopus ab Iosepho II imp. modo Ticinensium pastor et Amasien. archiepiscopi ab Leopoldo II designatus ab Pio VI pont.max.Francisco Hungar. et Bohemiae rege annuente dictus, ad apicem ecclesiasticae dignitatis religione duce comite virtute et doctrina...» Amatore Solari scrisse Per il felicissimo ingresso di monsignor Giuseppe Bertieri vescovo di Como alla sua sede episcopale. Applausi poetici (Como, 1790).
Monsignor Bertieri innalzava per arma gentilizia uno scudo copato superiormente d’oro a tre berte passanti di nero: sotto di nero ad un leone rampante d’oro.
Un particolare curioso è dato dal fatto che nel palazzo vescovile di Pavia, tra le decine di tondi affrescati sul muro del Salone dei Vescovi, l’unico ritratto di prelato raffigurato di spalle è proprio quello di monsignor Bertieri. Pur non suffragato da prove documentali pare che questo “sgarbo” fosse stata opera del vicario capitolare che subentrò alla sua morte nella reggenza della diocesi, in attesa della nomina del nuovo vescovo. Costui, acceso antigiansenista, sembra fosse stato ostile agli orientamenti a cui si era ispirato Bertieri, considerandolo troppo prudente e sottomesso al potere imperiale e quindi non degno di essere ritratto di fronte come tutti gli altri vescovi.